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La nuova biblioteca del CAI di Brescia ricorda Manuel Fasani
Testo di Giovanna Bellandi
La memoria è tesoro e custode di tutte le cose. Cicerone
Chi ha visitato la nuova sede del CAI di Brescia in occasione dell’inaugurazione o nei giorni successivi avrà avuto modo di vedere il nuovo spazio dedicato alla biblioteca (un’intera stanza!). Ma invece di ritrovare i libri, che nella vecchia sede stavano stipati in poco spazio, vi avrà trovato … fotografie!
I libri non sono spariti, ma si trovano momentaneamente in riordino, per rendere la nostra biblioteca perfettamente funzionante, con un nuovo sistema di catalogazione informatizzata (seguendo il modello di catalogazione dei libri di montagna promosso da Bibliocai, la rete nazionale delle biblioteche del CAI) e un’organizzazione del materiale librario in nostro possesso, in grado di essere facilmente accessibile a tutti i soci.Ma le fotografie?Anche le fotografie hanno un loro significato all’interno della biblioteca, che si pone tra gli obiettivi quello di diventare il luogo della memoria storica della nostra sede.
Ecco perché la mostra, che ha trovato casa nella sala della biblioteca, è stata dedicata a Manuel Fasani, fotografo e alpinista, attivo collaboratore della nostra sezione negli anni ’60, morto tragicamente in un incidente stradale nel 1973, e al quale è stato intitolato proprio l’archivio fotografico della sezione di Brescia del CAI.
Una mostra dovuta quindi.
Non ho conosciuto Manuel di persona, e altri forse sarebbero più adatti di me a ricordarlo, ma le sue fotografie e alcune delle persone che lo hanno frequentato mi hanno parlato di lui. Tante volte mi sono soffermata davanti a quelle fotografie in bianco e nero (il tipo di pellicola più usata da Manuel) ordinate sugli album, o a quelle appese alle pareti di casa mia (regalate alla mia mamma Silvana, che con Manuel ha condiviso la passione per la montagna) o lungo le scale che portavano alla casa dove abitava la signora Cristina, la mamma di Manuel, con splendide vedute del gruppo del Bianco, delle Dolomiti o delle montagne di casa nostra del gruppo Adamello-Presanella, e mi sono chiesta quale arte e quanta passione ci voglia per dosare la luce e cogliere, coi giusti accorgimenti di esposizione e inquadratura, il volto della montagna che abbiamo nella nostra mente.
Manuel era in grado di combinare luci, ombre e inquadrature, trasponendo in immagini le emozioni che la montagna sa dare.Oggi viaggiamo con piccole fotocamere digitali, che, con minimo peso e ingombro, ci facilitano qualsiasi operazione di esposizione e tempi di scatto. E se per caso la fotografia, fatta di piccoli punti digitali (pixel) non ci soddisfa, possiamo facilmente ritoccarla a computer a casa con programmi appositi.
Manuel usava una fotocamera Canon e una Hasselblad, pesanti e totalmente manuali, valutava le inquadrature e sceglieva come impressionare la pellicola con la luce.Nel preparare le fotografie da esporre nella mostra abbiamo avuto modo di scorrere i negativi delle “sue montagne”, che con grande disponibilità ci sono stati prestati da Daniel Revuelto, il cugino di Manuel, che ora ne è il proprietario, e questo ci ha avvicinato al lavoro che li ha prodotti, mostrandoci le prove, le esposizioni differenti sulla stessa inquadratura, gli errori… Il lavoro del fotografo!
Ma ci ha soprattutto avvicinato alle montagne e alle persone che Manuel ha ripreso. Soprattutto perché, oltre ai magnifici scatti sulle montagne più belle delle nostre Alpi (quelle del gruppo del Monte Bianco, ma anche delle Dolomiti e del Gran Paradiso), vi sono tantissimi fotogrammi delle nostre montagne di casa: dalla parete nord dell’Adamello (che per tanti anni ha fatto da copertina alla nostra rivista) ai ghiacciai della vedretta del Mandrone (che ancora esisteva…) e della Lobbia. Sui negativi anche tante persone, amici, compagni di cordata, ritratti durante i momenti di allegria e di amicizia he allora come oggi ci regalano le montagne, quelle stesse persone, che poi si sono talvolta riconosciute e ritrovate negli scatti in mostra.
Un archivio dimenticato quello delle foto di Manuel. Tanto che proprio questa esperienza ci insegna a non chiudere nel cassetto le vecchie foto e dimenticare i vecchi amici. Ricordare non è esperienza sterile ma “serve a motivare il presente” (Bruno Ventavoli in E. CAMANNI, D. RIBOLA, P. SPIRITO, La stagione degli eroi – Castiglioni, Comici, Gervasutti, Vivalda, Torino, 1994).Ecco perché ci auguriamo che la biblioteca del CAI possa diventare davvero un punto di riferimento per la costituzione di un archivio della memoria storica della nostra sede del CAI e delle nostre montagne. Conserviamo la memoria di ciò che è stato, perché anche le persone che ricordiamo possano tornare a vivere nel nostro ricordo.
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